EQUILIBRIO DEL CAVALLO: NESSUN MISTERO
Cosa si intende per equilibrio del cavallo??
Ci sono, come per mille altre cose, questioni che non sono opinabili, sono così e basta.
Un cavallo, per come madre natura lo ha fatto, sa stare in equilibrio ed impara molto più velocemente di quanto non facciamo noi esseri umani. D’altra parte se non si sbriga rischia di essere predato, pertanto il puledro impara rapidamente a mettersi su ritto e anche a correre velocemente!
La sua capacità di stare in equilibrio è data, come per ogni altro essere vivente, da un complesso meccanismo di informazioni che arrivano al sistema nervoso centrale. Informazioni che arrivano dalla vista, dalle variazioni di pressione dei piedi sul suolo o dalla posizione relativa delle differenti parti del corpo. Da queste informazioni il corpo effettua movimenti dei muscoli che assicurano l’equilibrio.
Se un cavallo deve muoversi su una discesa, esattamente come noi, posizionerà il suo corpo in modo da assicurare una discesa “in equilibrio” appunto e solo se qualcosa andrà storto potrà cadere perché appunto “perde l’equilibrio”.
Bene, fin qui ci siamo e che il cavallo fosse in natura un animale perfetto non ne avevo dubbi!!
Ma è necessario chiarire due punti di importanza VITALE !!!
1) Il cavallo, per riuscire a stare in equilibrio, utilizza la sua incollatura cioè posiziona il suo collo e la testa in modo da garantire equilibrio a tutto il corpo.
2) Il cavallo è un erbivoro e dunque è costruito in modo tale che la parte posteriore porti meno peso per essere pronta allo scatto per la fuga mentre la parte anteriore porta più peso soprattutto in virtù della presenza dell’incollatura (testa e collo).
Chiariti questi due punti veniamo a noi che desideriamo montare a cavallo….
Nel momento in cui noi mettiamo il nostro corpo sulla schiena del cavallo le carte si rimescolano tutte.
Prima di tutto perché adesso le informazioni che arrivano al sistema nervoso centrale del cavallo non dipendono più solo dal suo corpo ma c’è n’è un altro, ci siamo noi, che poi non stiamo pure nemmeno fermi!! Se infatti riuscissimo ad essere completamente inerti, il cavallo non avrebbe alcun problema a mantenere il suo equilibrio naturale esattamente come noi con uno zaino ben posizionato e fermo sulle spalle. Le cose cambiano se il nostro zaino vive di vita propria, così coma cambiano per il cavallo con lo zaino mobile umano.
Un secondo aspetto è che il nostro peso si distribuisce sui 4 arti in modo da creare un ulteriore carico sugli anteriori che la natura non aveva previsto.
E quindi??
Quindi abbiamo una bella responsabilità.
In primo luogo dobbiamo imparare a gestire con il massimo controllo il nostro corpo, in modo da arrecare meno disturbo possibile al cavallo, quindi dobbiamo lavorare in modo assolutamente maniacale sul nostro assetto.
Poi dobbiamo preoccuparci di comprendere in modo più che approfondito quale sia l’equilibrio naturale del cavallo e come l’incollatura (ricordate il primo punto di importanza vitale??) agisce per modificare questo equilibrio.
In questo modo noi possiamo diventare dei collaboratori all’equilibrio del cavallo, da una parte non ostacolandolo e dall’altra aiutandolo a garantire una postura corretta e quindi un equilibrio corretto e funzionale al suo stato di benessere e di salute fisica.
Facile? No, non direi… d’altra parte andare a cavallo è un arte e l’arte richiede dedizione, impegno, passione, studio, curiosità, fantasia e molte altre doti.
Cerchiamo per lo meno, se non siamo degli artisti, di essere persone responsabili per noi ma anche per questo meraviglioso essere vivente che si mette nelle nostre mani.
Come sempre cerco di stimolare la vostra curiosità e di darvi nuovi spunti di riflessione.
Generale L’Hotte (1825-1904) in “Questioni Equestri”
“E’ importante per la condotta del cavallo, soprattutto per il suo impiego all’aperto, conoscere l’azione esercitata dall’incollatura e i suoi cambiamenti d’attitudine sulla ripartizione dei pesi tra le spalle e le anche.”
“Senza andare a estremi limiti, il cavaliere può trovare, nella distribuzione del proprio peso, i mezzi per contribuire alla modificazione d’equilibrio che sarebbe opportuno ricercare nel cavallo, sia per allungare o raccorciare le andature, sia per regolarizzarle.”
Jean Licart (1896-1965) in “Equitazione ragionata”
“Il peso del cavaliere a cavallo, poiché non è suddiviso egualmente tra anteriore e posteriore, fa sì che la presenza dell’uomo sul dorso del cavallo disturbi le naturali proporzioni di peso in vista delle quali il cavallo è costruito”

MECCANISMI DI APPRENDIMENTO DEL CAVALLO

MECCANISMI DI APPRENDIMENTO DEL CAVALLO: CI CAPIAMO O NO????
Nel fare equitazione noi non siamo mai soli, abbiamo vicino un “compagno” a cui dobbiamo tra le altre cose il rispetto per la sua identità, da cui la necessità di conoscerlo.
D’altra parte la comunicazione necessaria per fare una equitazione degna di tale nome non può che passare dalla conoscenza del nostro interlocutore.
Capire bene chi è l’animale cavallo lo ritengo pertanto un dovere.
Oggi vi vorrei fare un breve accenno a quali sono i meccanismi di apprendimento del cavallo, così spesso poco chiari anche a chi dovrebbe invece conoscerli molto bene.
L'argomento è come sempre vasto e complesso e come dico ogni volta spero solo di stimolare la vostra curiosità e spingervi ad approfondire l'argomento.
Esistono diverse forme di apprendimento per i cavalli:
alcuni semplici sono acquisiti in modo involontario, altri più complessi richiedono organizzazione cognitiva dell’informazione.
Possiamo distinguere 3 diversi tipi di comportamenti:
1) COMPORTAMENTI DI RISPOSTA
2) COMPORTAMENTI OPERANTI
3) COMPORTAMENTI CHE RICHIEDONO ORGANIZZAZIONE
COGNITIVA DELL’INFORMAZIONE
Vediamone una alla volta:
** COMPORTAMENTI DI RISPOSTA **
In questo caso il cavallo è passivo e modifica in modo involontario la sua risposta ad alcuni stimoli.
Tra i comportamenti di risposta possiamo trovare:
- Assuefazione o desensibilizzazione
- Sensibilizzazione
- Imprinting
- Apprendimento sociale
- Riflesso condizionato (studi di Ivan Pavlov)
Vediamo nel dettaglio quelli più significativi per noi:
ASSUEFAZIONE (DESENSIBILIZZAZIONE):
Il cavallo in questo caso impara a non reagire a stimoli irrilevanti per l’azione che sta compiendo.
Un cavallo che vive in un pascolo vicino a una ferrovia la prima volta si spaventerà al passaggio del treno, ma il comportamento della paura diminuirà, perché il cavallo sperimenterà che ogni volta che passa il treno non succede nulla. Quindi apprende che nessuna conseguenza spaventosa è associata ai treni che passano e nel tempo il cavallo non alzerà nemmeno lo sguardo e continuerà a pascolare pacificamente.
Va notato che l'assuefazione funziona in modo efficace solo se lo stimolo si presenta sempre uguale e costante perché qualsiasi variazione potrebbe manifestare nuove reazioni nel cavallo.
Così come va ricordato che l’assuefazione è un processo irreversibile.
Tutti noi sicuramente conosciamo bene quanto questo processo di apprendimento possa essere utile per abituare il cavallo a rumori, bandiere, trattori e molti altri stimoli a cui normalmente potrebbe reagire con timore.
RIFLESSO CONDIZIONATO:
Ivan Pavlov cominciò a studiare il riflesso condizionato nel 1897.
Pavlov osservò che i cani (di cui stava in realtà studiando l'apparato digerente) cominciavano a salivare già quando udivano il suono della campanella che anticipava l'arrivo del cibo.
Pavlov pertanto vide che i cani avevano associato la campanella (stimolo di per sé neutro per il cane) alla stessa risposta che prima associavano solo all'arrivo del cibo (che invece è tutt'altro che uno stimolo neutro per il cane!)
Il riflesso condizionato è quindi il risultato dell’associazione tra uno stimolo significativo (carne) e uno stimolo neutro (campanella).
Nella pratica questo lo vediamo ad esempio quando insegnamo a un cavallo determinati comandi vocali e segnali di voce, frusta e corpo.
Quindi, attraverso il condizionamento classico, il cavallo crea connessioni, crea associazioni con determinati comandi e segnali e mostra comportamenti specifici a tali comandi e segnali.
Le risposte condizionate in questo tipo di apprendimento non sono da considerarsi illimitate nel tempo, infatti se non vengono rinforzate si può avere quella chiamata “estinzione”, cioè si estingue la risposta allo stimolo neutro.
** COMPORTAMENTI OPERANTI **
In queste forme di apprendimento il cavallo è invece individuo attivo ed interagisce con l’ambiente.
Possiamo distinguere due diversi tipi di condizionamenti operanti:
1) Per tentativi ed errori
2) Condizionamento operante
APPRENDIMENTO PER TENTATIVI ED ERRORI
Fu studiato dallo statunitense Edward Thorndike che utilizzava delle puzzle box.
Nel suo più famoso esperimento Thorndike osservò il comportamento di un gatto affamato rinchiuso all’interno di una gabbia, al di fuori della quale venne posto del cibo.
L’animale, dopo diversi tentativi, imparò correttamente ad azionare il meccanismo che consentiva di aprire la gabbia ed ottenere di conseguenza il cibo. Le successive ripetizioni dell’esperimento evidenziarono che il gatto impiegava sempre meno tempo a trovare la soluzione giusta per aprire la gabbia.
Thorndike ne dedusse che l’apprendimento si verifica gradualmente, attraverso una serie di “tentativi ed errori” e definì la legge dell’effetto: "una risposta è tanto più probabile che venga riprodotta se produce soddisfazione così come è più probabile che venga abbandonata se produce dolore o insoddisfazione".
Sul lavoro di Thorndike si inserisce quello poi del più famoso Skinner che definì il
CONDIZIONAMENTO OPERANTE:
Burrhus Frederic Skinner (1904 – 1990), come in precedenza Pavlov e Thorndike, propose già intorno al 1940 la sua formulazione del comportamento a partire da osservazioni sulle prestazioni di animali.
Il condizionamento operante riguarda l'apprendimento di conseguenza, quindi è una forma di apprendimento "causa ed effetto”.
Non vi è più pertanto un apprendimento legato al caso ma un apprendimento frutto di un agente di rinforzo.
In questa forma di condizionamento il cavallo stabilirà una connessione tra:
• Le sue stesse azioni
• E le conseguenze / l'impatto di questa azione
Il condizionamento operante funziona con rinforzo, ma può anche funzionare con correzione (punizione). Vediamo come.
Puoi insegnare a un cavallo che un comportamento desiderato sarà incoraggiato e un comportamento indesiderato sarà scoraggiato utilizzando:
1. Rinforzo positivo (+ R):
Il comportamento desiderato può essere aumentato AGGIUNGENDO una cosa piacevole (carota, grattino, un momento di riposo)
2. Rinforzo negativo (-R):
Il comportamento desiderato può essere aumentato RIMUOVENDO una cosa spiacevole (pressione)
3. Correzione positiva (+ P):
Il comportamento indesiderato può essere ridotto AGGIUNGENDO uno stimolo spiacevole (una scossa elettrica della recinzione spinge il cavallo a non tentare più di uscire dal pascolo).
4. Correzione negativa (-R):
Il comportamento indesiderato può essere ridotto RIMUOVENDO lo stimolo piacevole (carote, la mia stessa compagnia).
Skinner elaborò poi lo SHAPING (modellamento) che consiste nel
“direzionare” il cavallo verso l'esecuzione di un esercizio con passi più elementari. Tutti noi da bambini avremo giocato a quel gioco in cui si diceva “acqua, fuoco, fuochino…” via via che il nostro compagno di giochi si avvicinava al posto dove avevamo nascosto l’oggetto. Con lo stesso principio lo SHAPING dà modo al cavallo di apprendere esercizi più complessi se suddivisi in esercizi più semplici.
Tra i rinforzi è poi importante distinguere:
RINFORZO PRIMARIO: non richiedono una fase di apprendimento per essere efficaci perché fondamentali per la sopravvivenza come cibo, acqua, sollievo dal dolore.
RINFORZO SECONDARIO: diventano rinforzi per apprendimento, come ad esempio la parola “bravo” detta dall’addestratore.
Mi preme sottolineare una cosa spesso sottovalutata, dal momento che questo tipo di approccio è sicuramente quello più utilizzato nell’addestramento del cavallo.
Da momento che il cavallo impara come si dice dal “rilascio” (Rinforzo negativo), è necessario essere certi che quello che tolgo sia effettivamente una cosa spiacevole per il cavallo, altrimenti la rimozione non verrà percepita come cosa piacevole; così come quello che aggiungo (carota, grattino, riposo..) devo essere certa che sia percepito come cosa piacevole (a non tutti i cavalli piace essere toccati e non tutti nello stesso posto), altrimenti non verrà percepito come premio. Una piccola riflessione ma che può cambiare molto nei risultati che otteniamo!
** COMPORTAMENTI CHE RICHIEDONO ORGANIZZAZIONE COGNITIVA DELL’INFORMAZIONE **
Per quel che riguarda questo ultimo tipo di apprendimento la questione si fa più complessa nel senso che gli studi scientifici sono più recenti e non ancora certamente completati.
Quel che vi posso dire è che nell’approccio cognitivista si attribuisce al cavallo capacità cognitive che gli consentono di reagire a determinati stimoli non soltanto come il modello comportamentista propone, ma utilizzando anche il bagaglio di esperienze che ha vissuto.
Vi rimando ad un interessante articolo scritto dall’etologa Rachele Malavasi:


Sono stata costretta a dilungarmi un po’ visto la complessità dell’argomento. Ringrazio chi è arrivato fino in fondo augurandomi di aver creato come sempre qualche punto interrogativo…

APPARATO IOIDEO

Quando i piccoli contano!!
Allora se nessuno vi ha mai parlato dello ioide è giunto il momento di dare una lettura a questo articolo. Cercherò di darvi come al solito qualche informazione e qualche spunto di riflessione.


Su internet trovate numerose risorse che vi spiegheranno da un punto di vista anatomico più nel dettaglio la forma e composizione dell’apparato ioideo (in fondo all’articolo troverete alcuni link utili), ma credo che a noi possa bastare comprendere meglio come questo apparato influenza il movimento del cavallo.
Tutti noi, o almeno lo spero, ci preoccupiamo di lavorare e ginnasticare correttamente il nostro amico equino affinché si possa mantenere in salute. Ma come qualsiasi cosa se fatta in modo superficiale rischiamo di trascurare dettagli che poi dettagli non sono!!!
Ecco, lo IOIDE è uno di quei dettagli da non trascurare… vediamo perché.
In sostanza vi dovete immaginare l’apparato ioideo come un insieme di ossicini a forma di Y: la parte superiore è collegata al cranio attraverso l’articolazione ATM (Articolazione Temporo Mandibolare) mentre la parte inferiore si attacca alla lingua, laringe e faringe.
Ma allo ioide si attaccano anche altri muscoli importanti per il movimento del cavallo:
- Occipitoioideo: verso l’alto fino al cranio del cavallo (nuca)
- Sternoioideo e sternotiroideo: verso il basso fino al petto
(sterno)
- Omoioideo: verso la scapola
Allo sterno d’altra parte sono anche attaccati i muscoli pettorali e addominali e la loro catena muscolare arriva fino al bacino formando la catena muscolare ventrale.
Se c’è pertanto tensione nei muscoli sternoioideo e/o sternotiroideo, attraverso la catena ventrale questa tensione si ripercuoterà anche sui muscoli pettorali e addominali e quindi sull’uso dei posteriori e sulla loro capacità di venire sotto il baricentro del cavallo.
D’altro canto anche qualsiasi alterazione della tensione nell’omoioideo può potenzialmente influenzare il movimento della scapola, influenzando così la lunghezza della falcata e l’andatura.
Quindi in termini esemplificativi, lo ioide rappresenta un ponte di collegamento tra la bocca e i muscoli deputati alla locomozione del cavallo, catena ventrale ma anche nuca attraverso il legamento nucale e quindi poi indirettamente fascia dorsale.
Se c’è tensione in bocca è legittimo pensare che questa tensione potenzialmente possa ripercuotersi sui muscoli attaccati allo ioide e di conseguenza anche a quelli a a lui indirettamente collegati.
Un uso scorretto dell’imboccatura, il rollkur, nasaline troppo strette, redini tirate oltre misura, così come qualsiasi altro uso improprio degli strumenti utilizzati che va a disturbare se non a provocare dolore in bocca possono creare tensione nei muscoli connessi allo ioide e di conseguenza impedire l’impegno della catena muscolare ventrale e di conseguenza anche degli arti posteriori.
All’apparato ioideo sono inoltre attaccati anche dei muscoli che permettono alla lingua di muoversi e che concorrono al funzionamento dell’apparato respiratorio.
Tutto quanto detto dovrebbe facilmente far comprendere come qualsiasi impedimento ai movimenti della lingua o della bocca in generale possono compromettere l’uso corretto dell’apparato ioideo con conseguenze sulla respirazione del cavallo ma anche con rigidità muscolari o di limitata qualità della locomozione.
Già Baucher aveva compreso questo collegamento tant’è che nel suo libro “Manuale di equitazione” scrive:
“Osservazioni lunghe e coscienziose mi dimostrarono che, qualunque possa essere il vizio di conformazione, il quale si oppone nel cavallo alla giusta ripartizione delle forze, è sempre nel collo dove se ne porta l’effetto più immediatamente. Non avvi falso movimento, non resistenza la quale non sia preceduta dalla contrazione di questa parte dell’animale; e siccome la mascella sta in rapporto intimo col collo la rigidezza dell’uno si comunica istantaneamente all’altra. Questi due punti costituiscono il sostegno contro il quale si puntella il cavallo per render vani tutti gli sforzi del cavaliere.”
Anche il Gen. L’Hotte scriveva: “Il piego, quale lo intende l’alta equitazione, non si concentra nella direzione della testa. Risiede innanzi tutto nella sottomissione della mandibola, che è la prima molla che riceve l’effetto della mano. Se questa molla risponde con morbidezza all’azione che sollecita il suo gioco, determinerà la flessibilità dell’incollatura e provocherà il legame delle altre molle, in conseguenza della correlazione che esiste istintivamente tra tutte le contrazioni muscolari. Se, al contrario, la mascella, resistendo, si rifiuta di mobilizzarsi, allora niente più leggerezza, perché per natura, poiché le resistenze si sostengono mutuamente, quest’ultima avrà numerose ripercussioni."
Non entro, non in questo articolo almeno, nel merito se sia preferibile utilizzare o meno un’imboccatura, vorrei solo che questo piccolo (e non easustivo) approfondimento anatomico, vi faccia comprendere quanto sia importante l’uso degli strumenti con cui comunicate con il cavallo quando essi vanno a lavorare su una parte del corpo così importante. Siate critici, siate attenti, domandatevi, chiedete e soprattutto cercate le risposte altrove se non sanno darvele.

Come sempre Buona lettura!!

IL LAVORO DA TERRA

Quanti di voi lavorano il cavallo da terra? E se si…che tipo di lavoro svolgete?


E cosa intendete per lavorare il cavallo da terra?


Normalmente l’equitazione tradizionale difficilmente utilizza il lavoro da terra come LAVORO. Spesso e volentieri l’idea è solo quella di longiare un po’ il cavallo prima di salire in sella, magari perché è un po’ carico e va “sgasato”..


Il lavoro da terra invece ha radici storiche che non andrebbero dimenticate o in alcuni casi andrebbero proprio conosciute!


Antoine de Pluvinel (1552 -1620), allievo alla scuola napoletana di Gianbattista Pignatelli, importa l’impiego dei pilieri nell’addestramento del cavallo. 


Francois Robichon de La Gueriniere (1688 - 1751), nel secolo successivo, continua ad utilizzare i pilieri come mezzo per sviluppare leggerezza e disponibilità del cavallo.


Federigo Mazzucchelli (1750-1830) introduce l’impiego di redini lunghe per l’addestramento del cavallo da sella.


Gustav Steinbrecht (1808-1889) nel suo libro "Das gymnasium des pferdes” (La palestra del cavallo) riporta:


 “Il giovane cavallo è cresciuto finora in libertà; il primo pensiero dell’addestratore deve essere quello di salvaguardare la sua tranquillità e di preservarlo dalla sfiducia o dalla paura…Che si inizi con il lavorarlo alla corda e per questo gli si metta un semplice fascione, un filetto da abbeveratoio ed un cavezzone imbottito. E’ a quest’ultimo che deve essere attaccata la corda.”


E’ innegabile pertanto che il lavoro da terra, nelle diverse forme in cui si può praticare, ha da sempre fatto parte del percorso addestrativo del cavallo.


  

 Quali sono allora le motivazioni per cui sarebbe opportuno riflettere sulla necessità di lavorare un cavallo da terra??



Innanzitutto il lavoro da terra può e deve servire ad avere un cavallo educato e rispettoso dello spazio personale delle persone che ha intorno.


Troppo spesso vediamo proprietari portati a giro dai propri cavalli piuttosto che il viceversa e questa superficialità può avere effetti indesiderati anche pericolosi.

Non dimentichiamoci che i nostri amici sono decisamente più forti e pesanti di noi e imparare a rispettare alcune semplici regole rende decisamente più facile la serena convivenza tra noi e loro.


Cavalli che portano a spasso i proprietari, cavalli che non stanno fermi alla posta, cavalli che non danno i piedi e mille altri comportamenti “maleducati” potrebbero essere risolti da un buon lavoro da terra.


Oltre a queste elementari considerazioni il lavoro da terra permette di osservare il comportamento e il movimento del cavallo da un altro punto di vista, in una posizione che possa valutare la qualità stessa del movimento senza il “disturbo” comunque generato dal peso del cavaliere.


Inoltre posso insegnare il linguaggio degli aiuti semplificandomi il lavoro quando poi salirò in sella.


Ultimo ma non meno importante il lavoro da terra può essere un validissimo strumento per effettuare una ginnastica adeguata al corretto sviluppo muscolare non meno di quanto non si possa fare da sella. 

Il “lavoro alla mano” che ormai pochissimi professionisti sanno fare, permette di ottenere risultati eccellenti se ben eseguito.


Ovviamente entrare nel dettaglio di ogni tecnica sarebbe impossibile dal momento che sono stati scritti dei veri e proprio trattati per cui vi riporterò alcuni testi di suggerimento.

Come al solito vorrei solo invitarvi alla riflessione. Sgasare semplicemente il cavallo alla corda è una pratica inutile se non addirittura dannosa, si può impiegare lo stesso tempo chiedendo al cavallo qualcosa che gli serva per il suo equilibrio psico-fisico, che sia in termini di relazione, confidenza e rispetto per il cavaliere o che sia un esercizio volto a lavorare correttamente la sua muscolatura.


A voi la scelta… lavorare a caso o consapevolemente? 


Ecco a voi alcuni testi, chiaramente ne potete trovare moltissimi altri.. quindi buone riflessioni e buona ricerca!!


“Horse training in-Hands” - Ellen Schuthof-Lesmeister e Kip Mistral

“Redini lunghe” P. Karl

“Il lavoro alla corda” G. Mazzoleni

LA PIAGA INVISIBILE

Mi sono chiesta se fosse opportuno scrivere l’ennesimo articolo di condanna del Rollkur o no. In realtà in rete si trovano davvero infinite risorse che trattano l’argomento ( in fondo all’articolo vi metterò alcuni riferimenti ). 

Anche in molti libri l’argomento viene spiegato, approfondito e vi è una condanna unanime da chi ha a cuore il benessere psicofisico del nostro amico…allora a questo punto cosa altro posso aggiungere che non sia già stato detto??


Posso fare alcune riflessioni…






  • Si vede quello che si conosce…. 

Se una persona non conosce l’incappucciamento (o in iperflessione rollkur), non ne conosce gli effetti, le conseguenze e i danni che può portare, difficilmente potrà in modo consapevole decidere cosa è giusto e cosa non lo è… ma qui chiaramente entra in gioco la RESPONSABILITA’ che ogni proprietario di un cavallo si DEVE prendere. Responsabilità di formarsi, capire, avere senso critico, ragionare, cercare di affidarsi non al primo che capita ma a persona dalla comprovata esperienza e conoscenza, stabilire un giusto equilibrio tra i nostri desideri e le necessità di salvaguardare l’equilibrio psicofisico del cavallo… e mille altre cose.

Ma se il proprietario manca anche in una sola di queste responsabilità purtroppo rischia di non accorgersi nemmeno di fare un danno. Questo lo rende meno colpevole?? Secondo me no. Il rispetto per un altro essere non ammette ignoranza…


  • Non esistono mezze misure…

Il rispetto non ha mezze misure. Mi spiego… strattonare il cavallo in bocca una due o tre volte, non è meno grave che strattonarlo ogni volta che lo si monta… avere il cavallo incappucciato, ma pochino dietro la verticale, non è meno grave che metterlo in rollkur… perché dimostra che non si capisce l’importanza di lavorare con il cavallo nel rispetto di alcuni minimi principi etici e seguendo sopratutto anche delle minime regole di biomeccanica… anche qui non esiste una colpa minore, esiste una colpa e basta.


Parlando della flessione della nuca, il generale Licart in “Equitazione ragionata” scrive:

“La verticalità del dorso del muso dev’essere considerata come il limite del tutto estremo del piego; in effetti come il dorso del muso passa un tantino dietro la verticale, il cavallo è incappucciato.”


Faccio notare che Licart usa l’espressione “un tantino”, pertanto nemmeno per lui c’erano mezze misure…


  • I formatori…

Ecco qui le responsabilità sono ancora più gravi… chi si prende la briga di insegnare a bipedi e quadrupedi dovrebbe farlo con la giusta conoscenza. Non si può né è pensabile pensare di  sapere tutto ma allora si deve avere anche l’umilità di fermarsi laddove le competenze hanno dei limiti. Tutti ne abbiamo, non dobbiamo dimostrare di essere degli dei….

Il punto è che è facile sembrare di sapere di fronte ad una persona che non sa, ma purtroppo a rimetterci è SEMPRE il cavallo..



Vi invito a ragionare, riflettere, capire… dal vostro comportamento e dalle vostre conoscenze dipende il benessere di un animale che in alcuni casi amate sinceramente.


Di seguito alcuni riferimenti, ma basta scrivere “incappucciamento cavallo” su google e non mancheranno risorse a cui attingere.


Gerd Heuschmann “Il dito nella piaga”

Philippe Karl “Derive del dressage moderno”

Licart “Equitazione ragionata”

http://www.neroperpassione.it/leggerezza/Karl_Articolo_Mani_Basse-Alte_rv04.pdf