MECCANISMI DI APPRENDIMENTO DEL CAVALLO
APPARATO IOIDEO
IL LAVORO DA TERRA
Quanti di voi lavorano il cavallo da terra? E se si…che tipo di lavoro svolgete?
E cosa intendete per lavorare il cavallo da terra?
Normalmente l’equitazione tradizionale difficilmente utilizza il lavoro da terra come LAVORO. Spesso e volentieri l’idea è solo quella di longiare un po’ il cavallo prima di salire in sella, magari perché è un po’ carico e va “sgasato”..
Il lavoro da terra invece ha radici storiche che non andrebbero dimenticate o in alcuni casi andrebbero proprio conosciute!
Antoine de Pluvinel (1552 -1620), allievo alla scuola napoletana di Gianbattista Pignatelli, importa l’impiego dei pilieri nell’addestramento del cavallo.
Francois Robichon de La Gueriniere (1688 - 1751), nel secolo successivo, continua ad utilizzare i pilieri come mezzo per sviluppare leggerezza e disponibilità del cavallo.
Federigo Mazzucchelli (1750-1830) introduce l’impiego di redini lunghe per l’addestramento del cavallo da sella.
Gustav Steinbrecht (1808-1889) nel suo libro "Das gymnasium des pferdes” (La palestra del cavallo) riporta:
“Il giovane cavallo è cresciuto finora in libertà; il primo pensiero dell’addestratore deve essere quello di salvaguardare la sua tranquillità e di preservarlo dalla sfiducia o dalla paura…Che si inizi con il lavorarlo alla corda e per questo gli si metta un semplice fascione, un filetto da abbeveratoio ed un cavezzone imbottito. E’ a quest’ultimo che deve essere attaccata la corda.”
E’ innegabile pertanto che il lavoro da terra, nelle diverse forme in cui si può praticare, ha da sempre fatto parte del percorso addestrativo del cavallo.
Quali sono allora le motivazioni per cui sarebbe opportuno riflettere sulla necessità di lavorare un cavallo da terra??
Innanzitutto il lavoro da terra può e deve servire ad avere un cavallo educato e rispettoso dello spazio personale delle persone che ha intorno.
Troppo spesso vediamo proprietari portati a giro dai propri cavalli piuttosto che il viceversa e questa superficialità può avere effetti indesiderati anche pericolosi.
Non dimentichiamoci che i nostri amici sono decisamente più forti e pesanti di noi e imparare a rispettare alcune semplici regole rende decisamente più facile la serena convivenza tra noi e loro.
Cavalli che portano a spasso i proprietari, cavalli che non stanno fermi alla posta, cavalli che non danno i piedi e mille altri comportamenti “maleducati” potrebbero essere risolti da un buon lavoro da terra.
Oltre a queste elementari considerazioni il lavoro da terra permette di osservare il comportamento e il movimento del cavallo da un altro punto di vista, in una posizione che possa valutare la qualità stessa del movimento senza il “disturbo” comunque generato dal peso del cavaliere.
Inoltre posso insegnare il linguaggio degli aiuti semplificandomi il lavoro quando poi salirò in sella.
Ultimo ma non meno importante il lavoro da terra può essere un validissimo strumento per effettuare una ginnastica adeguata al corretto sviluppo muscolare non meno di quanto non si possa fare da sella.
Il “lavoro alla mano” che ormai pochissimi professionisti sanno fare, permette di ottenere risultati eccellenti se ben eseguito.
Ovviamente entrare nel dettaglio di ogni tecnica sarebbe impossibile dal momento che sono stati scritti dei veri e proprio trattati per cui vi riporterò alcuni testi di suggerimento.
Come al solito vorrei solo invitarvi alla riflessione. Sgasare semplicemente il cavallo alla corda è una pratica inutile se non addirittura dannosa, si può impiegare lo stesso tempo chiedendo al cavallo qualcosa che gli serva per il suo equilibrio psico-fisico, che sia in termini di relazione, confidenza e rispetto per il cavaliere o che sia un esercizio volto a lavorare correttamente la sua muscolatura.
A voi la scelta… lavorare a caso o consapevolemente?
Ecco a voi alcuni testi, chiaramente ne potete trovare moltissimi altri.. quindi buone riflessioni e buona ricerca!!
“Horse training in-Hands” - Ellen Schuthof-Lesmeister e Kip Mistral
“Redini lunghe” P. Karl
“Il lavoro alla corda” G. Mazzoleni
LA PIAGA INVISIBILE
Mi sono chiesta se fosse opportuno scrivere l’ennesimo articolo di condanna del Rollkur o no. In realtà in rete si trovano davvero infinite risorse che trattano l’argomento ( in fondo all’articolo vi metterò alcuni riferimenti ).
Anche in molti libri l’argomento viene spiegato, approfondito e vi è una condanna unanime da chi ha a cuore il benessere psicofisico del nostro amico…allora a questo punto cosa altro posso aggiungere che non sia già stato detto??
Posso fare alcune riflessioni…
- Si vede quello che si conosce….
Se una persona non conosce l’incappucciamento (o in iperflessione rollkur), non ne conosce gli effetti, le conseguenze e i danni che può portare, difficilmente potrà in modo consapevole decidere cosa è giusto e cosa non lo è… ma qui chiaramente entra in gioco la RESPONSABILITA’ che ogni proprietario di un cavallo si DEVE prendere. Responsabilità di formarsi, capire, avere senso critico, ragionare, cercare di affidarsi non al primo che capita ma a persona dalla comprovata esperienza e conoscenza, stabilire un giusto equilibrio tra i nostri desideri e le necessità di salvaguardare l’equilibrio psicofisico del cavallo… e mille altre cose.
Ma se il proprietario manca anche in una sola di queste responsabilità purtroppo rischia di non accorgersi nemmeno di fare un danno. Questo lo rende meno colpevole?? Secondo me no. Il rispetto per un altro essere non ammette ignoranza…
- Non esistono mezze misure…
Il rispetto non ha mezze misure. Mi spiego… strattonare il cavallo in bocca una due o tre volte, non è meno grave che strattonarlo ogni volta che lo si monta… avere il cavallo incappucciato, ma pochino dietro la verticale, non è meno grave che metterlo in rollkur… perché dimostra che non si capisce l’importanza di lavorare con il cavallo nel rispetto di alcuni minimi principi etici e seguendo sopratutto anche delle minime regole di biomeccanica… anche qui non esiste una colpa minore, esiste una colpa e basta.
Parlando della flessione della nuca, il generale Licart in “Equitazione ragionata” scrive:
“La verticalità del dorso del muso dev’essere considerata come il limite del tutto estremo del piego; in effetti come il dorso del muso passa un tantino dietro la verticale, il cavallo è incappucciato.”
Faccio notare che Licart usa l’espressione “un tantino”, pertanto nemmeno per lui c’erano mezze misure…
- I formatori…
Ecco qui le responsabilità sono ancora più gravi… chi si prende la briga di insegnare a bipedi e quadrupedi dovrebbe farlo con la giusta conoscenza. Non si può né è pensabile pensare di sapere tutto ma allora si deve avere anche l’umilità di fermarsi laddove le competenze hanno dei limiti. Tutti ne abbiamo, non dobbiamo dimostrare di essere degli dei….
Il punto è che è facile sembrare di sapere di fronte ad una persona che non sa, ma purtroppo a rimetterci è SEMPRE il cavallo..
Vi invito a ragionare, riflettere, capire… dal vostro comportamento e dalle vostre conoscenze dipende il benessere di un animale che in alcuni casi amate sinceramente.
Di seguito alcuni riferimenti, ma basta scrivere “incappucciamento cavallo” su google e non mancheranno risorse a cui attingere.
Gerd Heuschmann “Il dito nella piaga”
Philippe Karl “Derive del dressage moderno”
Licart “Equitazione ragionata”
http://www.neroperpassione.it/leggerezza/Karl_Articolo_Mani_Basse-Alte_rv04.pdf



